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Ieri si è festeggiato S. Giuseppe e si è celebrata la festa del papà. Tale ricorrenza è sopraggiunta in una settimana terribile per la nostra comunità, scossa e sconvolta da una tragedia indescrivibile. Ed io che sono padre mi sono sentito inadeguato ad un ruolo sempre più difficile da sostenere.
Quanti come me, hanno avvertito lo stesso malessere e si sono posti le stesse domande: sto facendo bene ? avrei potuto fare diversamente e di più ?  è meglio essere severo e dire dei no ? oppure essere amico e dire sempre si?
Poi guardo a mio padre e un po’ l’invidio. Nel senso che ritengo che la nostra generazione sia stata una delle ultime ad avere un minimo di rispetto verso la figura paterna. Il cosiddetto “ timor di padre” era sentito e mai ci saremmo permessi di contraddirli. Quello che diceva il capofamiglia era da prendere come oro colato e nessuno osava, salvo rari casi, affermare il contrario. Anche perché, spesso, i nostri padri erano impegnati in secondi e terzi lavori per arrotondare le entrate, erano sopravvissuti alla guerra, e solo quello bastava per far di loro delle figure quasi leggendarie. Certo, eravamo in un periodo nel quale il pranzo domenicale aveva ancora un senso, dove la famiglia si ritrovava, dopo una settimana di lavoro, per condividere ogni piccolo segreto, gioia o dispiacere. Ora, se ti va bene, quando tuo figlio arriva a quattordici anni ti giudica come minimo superato ed inadeguato; nel peggiore dei casi, invece, ti manda a quel paese. Il papà è visto come una rottura, un rompiscatole che non capisce. Vedo figli di amici che sbuffano ad ogni rimprovero dei loro genitori, che rispondono con epiteti inauditi, che raramente cenano insieme. Il padre va bene solo come persona da spremere perché non ne hanno mai abbastanza: gli dai la PS3 e loro ti chiedono l’iPod, gli dai il motorino e ti chiedono il viaggio in America, gli dai la macchina e ti chiedono la casa.
E' un continuo dare ricevendo, in cambio, poco o nulla in termini di affetto vero; tutto è dovuto e scontato. Ci si confida solo con gli amici e mai con i genitori che facendo parte di quella generazione che non capisce, sono considerati inadeguati a qualsivoglia problema. E poi, perché prendersi la briga di chiedere al papà quando basta entrare in Internet per avere risposte di ogni tipo? Sì, il futuro spaventa i padri perché ora le domande  spesso sono taciute e le risposte sono sempre inutili ed inascoltate.
E io non saprò cosa fare perché Internet, ai papà, certe risposte mica le dà. Ma poi siamo sicuri che i ragazzi di oggi siano così diversi da come eravamo noi ? Se io penso a mio padre, ecco, penso soprattutto che “ c’era”. Non so come facesse, non so come trovasse le forze, il tempo o le energie: so che ogni volta che ho avuto bisogno di lui, ebbene lui c’era. Mi piacerebbe che un giorno anche i nostri figli potessero dire altrettanto di noi. Ma vivo nell’angoscia che non sia così.
E’ possibile fare qualcosa di buono e di diverso ? Aspetto risposte.

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